2° ed. Premio Letterario Giovane Holden, presto i risultati  -  2° ed. Premio di traduzione "Le mie parole altrui"

Pensieri vagabondi - Il blog degli scrittori e poeti di pensieri vagabondi


postato da holdenedizioni alle ore 15:52
domenica, 27 aprile 2008

La legge di Koko
 
amleto-770619Essere, non essere, qui sta il problema: è più degno patire gli strali, i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro un mare di affanni, e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, a ogni infermità naturale alla carne: grazia da chiedere devotamente. Morire, dormire. Dormire? Sognare, forse.
Che i gatti amino sentir leggere l’umano che hanno deciso di adottare è fatto noto.
Lilian Jackson Brown, nella sua saga gialla che vede protagonisti il giornalista Jim Qwilleran e il siamese Kao k’o Kung, Koko per gli amici, ne ha fatto una “legge”.
Il mio Jago in questi giorni ama Shakespeare. Si aggira mugolando per lo studio, si arrampica sul leggio, saltella da uno scaffale all’altro e puff getta a terra il libro che ha in mente.
Io mi siedo in poltrona, apro il testo e riprendo a leggere da dove abbiamo lasciato la volta scorsa: Amleto, atto III, scena I, trad. L. Squarzina, Newton Compton. Lui si accoccola accanto a me sul bracciolo, inclina la testa, socchiude gli occhi.
Entrambi in pace col mondo. 
 
 
Miranda
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postato da holdenedizioni alle ore 09:59
martedì, 15 aprile 2008

Sulla strada

Sulla strada ti ho conosciuto



La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo. Avevo appena superato una seria malattia della quale non mi prenderò la briga di parlare, sennonché ebbe qualcosa a che fare con la triste e penosa rottura e con la sensazione da parte mia che tutto fosse morto. Con l'arrivo di Dean Moriarty ebbe inizio quella parte della mia vita che si potrebbe chiamare la mia vita lungo la strada.

Jack Kerouac - Sulla strada - Mondadori, trad. Magda de Cristofaro

 

Ho scoperto Sulla strada in una libreria di Viareggio mentre stavo aspettando che cominciasse la presentazione dell’ultimo libro di Giampaolo Simi Rosa elettrica. Era lì sullo scaffale, in piedi e ad altezza degli occhi. Mi diceva “prendimi”. Un’edizione della Mondadori per il 50° anniversario della prima edizione statunitense. La copertina ha una nota parla di una nuova introduzione al libro di Fernanda Pivano. Ho sempre adorato Fernanda, una donna di una cultura immensa che ha conosciuto di persona e intervistato alcuni dei più grandi autori del ’900, tra cui Hemingway, Bukowski e molti altri.

Così, dopo aver sentito parlare a lungo e con toni lusinghieri di questo libro da amici e conoscenti, ho deciso di comprarlo e lasciarlo lì, nella mia libreria, in attesa che venisse il momento giusto per leggerlo. Ed è arrivato, proprio subito dopo aver visto l’ultimo film di Sean Penn Into the wild, che narra del viaggio interiore e attraverso l’America di un giovanissimo ragazzo benestante. Pura celebrazione della libertà e della ricerca della libertà, un atto di fede nel mondo, nelle strade e in scassate macchine col serbatoio sempre vuoto.

Sulla strada è un libro per chiunque abbia voglia di avventure, storie di vita, esperienze amorose, forti amicizie che durano per anni. Sulla strada è quasi un manifesto della cosiddetta beat generation.

 

“Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati.”

“Dove andiamo?”

“Non lo so, ma dobbiamo andare.”

 

Pubblicato per la prima volta il 5 settembre 1957, il libro è tutt’oggi un classico intramontabile, uno di quei testi, come Il giovane Holden di Salinger, che non hanno età, non sono legati alla storia, spiriti liberi capaci di sconvolgere anche un adolescente di prima media nel 2008.

Sulla strada è ambientato alla fine degli anni ’40 e vede i personaggi, tutti giovani “ribelli”, in viaggio senza sosta per tutti gli Stati Uniti. Tra questi c’è Dean Moriarty, amico di Sal Paradise, protagonista e narratore della storia. Dean ha interesse solo per la vita intensa, ricca di esperienze continue, un giovane dell’ovest uscito da un riformatorio il cu modo di vivere è in netto contrasto con la “concezione borghese” di avere un posto fisso di lavoro, una fissa dimora e una giusta dose di responsabilità. Quello che accomuna tutti i personaggi è la voglia estrema di conoscere l’immensità del continente nordamericano, conoscere i piaceri del sesso, il jazz, discutere con gli amici sotto l’effetto dell’alcool e pensare alla vita come a una vera strada da percorrere a 150 all’ora. Sal, il protagonista, è uno studente cresciuto nell’est con aspirazioni letterarie, vuole diventare uno scrittore. I due si conoscono a New York e Sal, influenzato dallo stile di vita dell’amico, quando Dan torna nell’ovest decide di raggiungerlo.

 

“Un figlio del West e del sole, Dean. Nonostante la zia mi avesse avvertito che mi avrebbe messo nei guai, sentivo una nuova voce che mi chiamava e vedevo un nuovo orizzonte, e ci credevo, giovane com'ero; e che importanza poteva avere qualche piccolo guaio, o che Dean mi rifiutasse alla fine, come infatti sarebbe successo, su marciapiedi di fame e letti di malattia - che importanza poteva avere? Ero un giovane scrittore e volevo andare lontano.”

 

Dopo un lungo viaggio in automobile finalmente lo ritrova a Denver nel Colorado e con lui, per due lunghi anni, conduce una vita da nomade in giro per l’America.

 

Il libro ha una storia tutta particolare. Fu scritto in tre settimane nella casa di famiglia di Kerouac, a New York, completando una serie di bozze raccolte nel tempo. Dattiloscritto su un rotolo di carta per telex lungo 36 metri era privo di “andate a capo”. Il rotolo è stato battuto all’asta nel 2001 per più di due milioni di dollari. Rifiutato da diverse case editrici alla fine fu pubblicato e ottenne il successo che meritava.

I personaggi del romanzo corrispondono a figure realmente esistite, eccone alcune:

 

Sal Paradise: Jack Kerouac

Dean Moriarty: Neal Cassady

Chad King: Haldon “Hal” Chase

Carlo Marx: Allen Ginsberg

Marylou: LuAnne Henderson

Tim Gray: Ed White

Ed Wall: Ed Uhl

La Zia: Gabrielle Kerouac (madre dell’autore)

 

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categoria: recensioni, libri

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martedì, 18 marzo 2008

Ssst... non lo dite a nessuno...

ferie

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categoria: vacanze, , ferie

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mercoledì, 12 marzo 2008

Invito_Fino_alla_fine_del_mondo
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categoria: presentazioni libri

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martedì, 19 febbraio 2008

Invito_I_salotti_di_via_Cavallotti_3

21 febbraio: L'armonia delle parole
25 febbraio: Misteri quotidiani
6 marzo: Sotto il segno dell'amore
10 marzo: L'uomo è ciò che mangia

Ingresso libero, inizio alle ore 21. Per chi ha paura di non trovare parcheggio o di dover pagare fior di quattrini non preoccupatevi, dopo le 20 non si paga la sosta.
Pasticcini, merendine e dolciumi vari per chi anche dopo cena avverte un leggero languorino...

PRESENTAZIONI LIBRI

23 febbraio: presentazione del libro "Neraprimavera" di Chiara Natalini c/o Bar Caffè Irene - Via S.Martino, 12 - Viareggio - Ore 20:30
29 marzo: presentazione del libro "Deserto di specchi" di Riccardo Mori a Lucca.

CONCORSI

II edizione Premio letterario Giovane Holden - Sezioni: poesia, romanzo e racconto. Scarica il bando. Per saperne di più...

II ed. Premio di traduzione "Le mie parole altrui" - Ha preso il via la seconda edizione di questo fortunato premio dedicato ai traduttori... Scarica il bando. Per saperne di più...

Un'ultima cosa: a brevissimo forse fine settimana) sarà online il nuovo sito della Giovane Holden, siate clementi con le critiche, ci stiamo lavorando molto...

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venerdì, 15 febbraio 2008

                                   Che fai sabato Giovane Holden?

Copertina_Le_ombre_lunghe_400Domani pomeriggio è una giornata da “calendario” per la Giovane Holden.

Alle 17 Monica Campolo, sarà ospite alla Versiliana d’inverno.

Per una scrittrice che ha fatto la difficile scelta di legarsi a una piccola ed esordiente casa editrice, è un risultato notevole. L’altro ospite infatti è Michele Giuttari, sì quel Giuttari che ha  ricoperto incarichi alla Squadra Mobile di Reggio Calabria e successivamente ha diretto la Squadra mobile di Cosenza e prestato servizio alla DIA a Napoli e a Firenze. Qui ha condotto le indagini sulle stragi di mafia del 1993, realizzate da Cosa Nostra a Firenze, Roma, Milano. Dal 1995 fino al maggio 2003, è stato il Capo della Squadra Mobile di Firenze, dove ha dimostrato che i delitti attribuiti al Mostro sono stati opera di un gruppo di assassini. Su quest'ultimo caso ha scritto, in collaborazione con Carlo Lucarelli, il libro Compagni di sangue. Attualmente è a capo di un pool investigativo creato per concludere le indagini sui possibili mandanti del "Mostro di Firenze".

Insomma Lui. L’autore di Scarabeo che presto uscirà anche in Francia, Germania e Spagna.

Alle 21.15 Francesca Pasquinucci invece presenta il suo libro di poesie Appesa alla mia mano che scrive al Pinolo, storico locale di Lido di Camaiore.

Francesca è una poetessa.

Copertina_Appesa_alla_mia_mano_che_scrive_400Tutti scribacchiamo testi che in un momento di delirio – razionale o no – chiamiamo poesie, ma in realtà non lo sono, sono nel migliore dei casi un tentativo di dare voce alle nostre inquietudini, alle nostre illuse speranze. Lei invece scrive poesie. Le scrive con la consapevolezza di sfiorare l’anima senza ferirla, con la determinazione di non lasciare mai che la sofferenza appaghi e offuschi al contempo l’amore per la vita.

Qualche giorno fa, ho scritto una recensione per Le ombre lunghe, serviva velocemente (avete presente quando un giornalista vi chiama indaffaratissimo e vi apostrofa se mi mandi recensione entro le 11 te la pubblico… Che problema c’è? Come diceva Brendan Fraser nel film La Mummia mentre l’esercito zombie di Amenhotep cercava di farlo fuori? In fondo sono solo le 10.47…)

 

L’autrice versiliese che sarà ospite sabato 16 febbraio, al Caffé invernale della Versiliana, con il suo quinto romanzo, “Le ombre lunghe”, per i tipi della Giovane Holden Edizioni, sta riscuotendo un meritato successo di pubblico e critica.

L’attenzione ai particolari, in questo libro che l’autrice considera la sua più importante  prova narrativa, è rappresentata dal dipinto in copertina “Cristo nel tunnel” del pittore viareggino Gioni David Parra. Una figura incappucciata ritratta di spalle percorre un tunnel sulle cui pareti accanto all’ombra del Cristo spiccano impronte di sangue. Le impronte del Cristo fissano in immagini il significato stesso del detto popolare che ha ispirato il titolo del libro.

Thriller sapientemente costruito calato in un’attualità più bruciante di qualsiasi cronaca la cui vicenda, ambientata tra Viareggio e Roma, si sviluppa per rivelazioni che ogni volta sembrano mettere in discussione le verità precedenti.

L’elemento catalizzatore dell’intera storia è Nadia Martini. Chi è questa giovane donna, solitaria e misteriosa? Cosa nasconde nel suo passato?

Attorno a lei un caleidoscopio di personaggi, tratteggiati con rara abilità narrativa, gioca un delicato ruolo nel complicato puzzle della vicenda: Uno psicanalista amante dell’arte, amiche invadenti, un adolescente specchio dei nostri tempi, con i suoi tormenti e le sue fragilità, un uomo carismatico e affascinante.

Un romanzo asciutto e tenero insieme, un intrigo che non dà respiro, l’incontro di due personaggi che la logica vorrebbe in due mondi paralleli, ma che una realtà perversa spinge a una imprevedibile complicità.

 

…L’importante è che a Monica non sia spiaciuta. La stessa Monica che mi ha dato da leggere Scarabeo di Giuttari ammonendomi: “Preparati, non vogliamo fare figurette vero?”

Si riferiva al fatto che io leggo soprattutto thriller americani, e ha preferito cautelarsi…

E io, da brava ragazza, che pure il libro di Giuttari l’avevo già letto, stasera me lo rileggerò, così tanto per non fare figurette…

 

scarabIn Scarabeo, al Mostro si accenna soltanto, perché è un mostro per l’appunto, perché è rimasto come tale nell’immaginario collettivo e perché Michele Ferrara, il capo della Mobile che è l’alter ego di Giuttari stesso, teme di essere allontanato dalle indagini nel momento in cui queste possono rivelarsi

pericolose per qualcuno in vista.

Un’altra serie di morti allarma Firenze e di nuovo si può sospettare che siano opera di un serial killer: prende di mira gli omosessuali e lascia la sua firma nelle ferite sul volto delle vittime in cui si può leggere una lettera dell’alfabeto. E, mettendole in fila come nel gioco Scarabeo, si viene formando il nome “Ferrara”: si arriverà dunque a sette morti, quante sono le lettere del nome?
Un assassino colto che stuzzica Michele Ferrara inviandogli dei messaggi anonimi enigmatici ma anche una mente malata. Non è facile mettere insieme le tessere del puzzle, anche perché le motivazioni si diramano in direzioni diverse, affondano in traffici clandestini di opere d’arte, si collegano con la

‘ndrangheta calabrese, si celano nei corridoi di un convitto religioso.

Due vittime, poi, sembrano essere fuori posto, sono due ragazze giovani che vengono trovate morte a Bologna, anche se il modo in cui sono stati composti i cadaveri lascia intendere che anche per loro ci sia stata una sorta di punizione per essere più che amiche. Il punto di vista della narrazione si sposta di continuo, dagli sforzi di Ferrara per cogliere il filo conduttore alle discussioni in Questura, dalla mente dell’assassino alla storia dell’amicizia delle due ragazze di cui una ha la sfortuna di assomigliare alla

Madonna di Filippo Lippi.

Scopriamo con Ferrara il lato nascosto della città dell’arte, intuiamo giochi sporchi di potere, varchiamo la soglia dell’Arcivescovado ed entriamo nella cella di clausura assoluta di un convento, il tutto con un tono sobrio ed equilibrato che è lo stesso di Michele Ferrara, un siciliano che viene colto ogni tanto dalla nostalgia dei sapori e profumi della sua terra anche se ormai vive da anni in Toscana.
La parte più interessante e meglio riuscita del romanzo è indubbiamente proprio quella che riguarda il personaggio di Ferrara, sia nel delinearsi della sua personalità, senza cadute in una caratterizzazione esagerata, sia nella descrizione dall’interno dei processi investigativi e del funzionamento della Questura.

 

 

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giovedì, 07 febbraio 2008

Creature creative

 

testata_fdcSono davanti allo schermo per scrivere qualcosa che serva da introduzione, per stilare insomma un minimo di programma in occasione del secondo appuntamento dei Salotti di via Cavallotti che stiamo organizzando in collaborazione con lo studio L’Arte di Civù.

Questo lunedì si parla di creatività.

Ma la mente non risponde, che stia… creando…? O semplicemente divaga e si distrae.

Lo sguardo si fissa sulla Donna con parasole, sull’edizione inglese delle poesie di Emily Dickinson, sul gattino di gesso a pancia all’aria lavorato artigianalmente a Lecce, sulla minifoto/calendario di Jago, sulla scatola in découpage, l’ultima che Mirella e io abbiamo fatto insieme, sui manoscritti ammucchiati a lato della mia scrivania…

Concentrati. Devi lavorare. O almeno concentrati e fai finta come si deve.

Getto un’occhiata alla mia scaletta, sorrido. Giulia, otto anni, autonominatasi damigella di compagnia l’ha colorata di stelle e margherite… Per fortuna non è un documento ufficiale, ma poi in fondo che me ne importerebbe?

Inizia con il concetto base: cos’è la creatività.

L'uso estremamente comune della parola creatività crea problema e imbarazzo. Essa, infatti, non possiede un significato chiaro e univoco, è una voce impiegata in molteplici contesti anche a scopi difformi.

Non divagare, rifletti e cerca di essere comprensibile.

L'atto del creare è stato a lungo percepito come attributo esclusivo della divinità: Catullo, Dante, Leonardo, infatti, non avrebbero mai definito sé stessi dei creativi. Propri dell'uomo erano invenzione, genio e, dal 1700, progresso e innovazione. La parola creatività entra nel lessico italiano solo negli anni '50. Compare nei dizionari alla fine del secolo scorso, ma rimane confinata al linguaggio degli specialisti, oggi la parola creatività e l'aggettivo “creativo” ricorrono di sovente nell'uso non specialistico della conversazione quotidiana: I media riflettono e alimentano questa diffusione parlando ormai di creatività in cucina, in giardino, nell'abbigliamento, nei rapporti di coppia, nell'educazione dei figli, nel lavoro e nel tempo libero. Nel descrivere la creatività e nell'analizzare i processi psicologici che la sostengono e la esplicitano, ci si può riferire  o al pensiero creativo o alla persona creativa, ma la ricerca psicologica è ricchissima di "sfaccettature" e di "angolature", con cui è possibile affrontare anche uno solo di questi temi.

Fai un leggerissimo sfoggio di cultura, così tanto per ribadire che non hai studiato tutti questi anni per nulla…

Gli antichi greci identificavano la creatività con la capacità poetica, e lo stesso fece Ralph Waldo Emerson, il più celebre filosofo della creatività, nel suo saggio Il poeta.

Tra le moltissime definizioni di creatività che sono state coniate spicca per semplicità e precisione quella fornita dal matematico Henri Poincaré: "Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili".

Le categorie di "nuovo" e "utile" radicano l'attività creativa nella società e nella storia. Il "nuovo" è relativo al periodo storico in cui viene concepito; l'"utile" è connesso con la comprensione e il riconoscimento sociale. Nuovo e utile illustrano adeguatamente l'essenza dell'atto creativo: un superamento delle regole esistenti (il nuovo) che istituisca una ulteriore regola condivisa (l'utile). Si individuano anche le due dimensioni del processo creativo che unisce disordine e ordine, paradosso e metodo.

Infine, le categorie di nuovo e utile ampliano la sfera delle attività creative a tutto l'agire umano a cui sia riconosciuta un'utilità economica - estetica o etica - e che sviluppi uno dei tre possibili gradi di novità: applicazione nuova di una "regola" esistente, estensione di una regola esistente a un campo nuovo, istituzione di una regola del tutto nuova.

Poiché si fonda sulla profonda conoscenza delle regole da superare, la creatività non può svilupparsi in assenza di competenze preliminari. Caratteristiche della personalità creativa sono curiosità, bisogno d'ordine e di successo (ma non inteso in termini economici), indipendenza, spirito critico, insoddisfazione, autodisciplina.

La creatività è espressione tipicamente umana perché si fonda anche sul possesso di un linguaggio a volte astratto (fatto però di parole, numeri, note musicali) e atto a compiere discriminazioni sottili. Ma non è espressione esclusivamente umana. Molte specie di mammiferi, in particolare i Primati, ed alcune specie di uccelli hanno intuizioni creative riuscendo anche a trasmettere soluzioni altrettanto creative alla prole.

Ma ricorda lo sfoggio è bello quando dura poco ed è pertinente. Ritorna al punto cruciale, cosa significa creatività.

Dunque cosa significa creatività?

Proviamo a consultare il dizionario.

Il dizionario UTET ne offre una duplice definizione:

v      come capacità, facoltà, attitudine a creare;

v      come attività, operosità dinamica, forza costruttiva.

Il dizionario Garzanti la definisce come la capacità di creare, di inventare con libera fantasia.

Creare, costruire, inventare e agire liberamente sono quindi le proprietà di chi opera con creatività: il creativo. Gli stessi dizionari, infatti indicano la parola creatività come derivante da creativo, colui che crea.

ALT! Ti sarai senz’altro infilata in una strada senza uscita. Fai un passo indietro e spiega cosa significa creare. Excursus e attualità.

Creare era in origine un'azione che poteva vedere come sola causa incondizionata Dio: che l'uomo potesse essere creativo nel pensiero e nell'azione era considerato blasfemo fino a qualche secolo fa. Questa attribuzione però rappresenta solo un momento del rapporto complesso che ebbero le società verso artisti e individui geniali.

Le diverse culture, infatti, reagirono al fare degli artisti in modi differenti. Ad esempio, si ha da una parte l'atteggiamento di diffidenza e quasi disprezzo del mondo greco e romano, in cui l'opera dei pittori e degli scultori, in quanto lavoro manuale, era lasciato, in un'economia schiavistica ai membri della classe servile o comunque si riteneva, su influsso dell'estetica platonica che l'arte potesse fornire solo un vago riflesso della vera essenza della realtà.

 Ben diversa la glorificazione del genio nell'età rinascimentale in cui l'artista fu personalmente onorato come un essere divino.

Le diverse attribuzioni di valore fatte agli artisti, che portano da una parte a paragonarli a semplici artigiani dall'altra a divini creatori, riflettono e sono in relazione anche alle molteplici spiegazioni che nelle epoche si diedero al sorgere dell'idea.

Attualmente, si tende ad attribuire a tutti gli individui la capacità di produrre atti creativi, imprevedibili e originali; ed esistono corsi e pubblicazioni il cui intento formativo è di svilupparli e moltiplicarli. Le tecniche sono molteplici così come lo sono gli approcci e le definizioni; ma la creatività non è più blasfema, o eccezionale, non sfida più la collera divina, anzi è patrimonio molteplice che viene cercato e sviluppato al fine di una migliore economia individuale e sociale.

La creatività si può affinare ed esercitare.

La creatività è perciò sempre più oggetto di formazione, le pubblicazioni in commercio sono vendute nelle librerie qualificate come nelle edicole e si propongono come manuali di cambiamento; i corsi di creatività per adulti si rivolgono a un pubblico eterogeneo con diverse metodologie e approcci, sono tenuti anche da società di consulenza specializzate nella formazione in tecniche di creatività e sono indirizzati a individui, gruppi, aziende.

Due sono i presupposti culturali comuni a queste pubblicazioni e scuole:

v      il primo è che la creatività è considerata una qualità presente in tutti,

v      il secondo è che tale qualità può essere migliorata e sviluppata.

Avviati a conclusione. Creatività come valore positivo dalle molteplici sfaccettature.

La creatività è considerata quindi un elemento quotidiano nella vita degli individui, parte sostanziale della loro natura, risorsa fondamentale a cui attingere nelle diverse occasioni della vita e del lavoro. Da qui il valore attribuito a tutti gli sforzi per rendere più creativi il comportamento, il pensiero, nonché l'impegno allo sviluppo e alla stimolazione di tutte le potenzialità individuali.

In sintesi, la creatività oggi esprime un valore positivo che si esplica nei diversi ambiti attraverso la ricerca di un miglioramento che passa, appunto, dallo sviluppo delle capacità creative, e i cui scopi possono essere i più disparati come migliorare la qualità della vita, le capacità professionali, lo studio, le capacità ideative.

La molteplicità della nozione di creatività riguarda anche il campo formativo. Nei luoghi di esercizio della creatività "socialmente riconosciuta" come tale (scuole di teatro, musica, di realizzazione artistica e poetica, di ricerca e invenzione) la messa in atto di un'arte, di una tecnica o scienza è favorita dalle qualità creative individuali o collettive. Grazie a esse tali arti trovano respiro e stimoli nuovi, d'altra parte proprio l'esercizio di tali arti è terreno favorevole allo sviluppo e incremento della caratteristica creativa nelle sue diverse modalità espressive: in sostanza, vi è una reciproca influenza tra lo sviluppo della creatività e lo sviluppo delle arti.

Hai finito? Muy bien, torna all’inizio e rileggi il pezzo, poi riduci il tutto a mille battute spazi compresi…

Sbrang! (è il rumore della mia testa che si schianta sulla tastiera N.d.A.)

 

 

 

 

www.compagniadelgiardinaggio.it/.../citta_incantata_9.sized.jpg

 

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postato da holdenedizioni alle ore 16:28
mercoledì, 06 febbraio 2008

Invito_I_salotti_di_via_Cavallotti_2
11 febbraio:
Creature creative
21 febbraio: L'armonia delle parole
25 febbraio: Misteri quotidiani
6 marzo: Sotto il segno dell'amore
10 marzo: L'uomo è ciò che mangia

Ingresso libero, inizio alle ore 21. Per chi ha paura di non trovare parcheggio o di dover pagare fior di quattrini non preoccupatevi, dopo le 20 non si paga la sosta.
Pasticcini, merendine e dolciumi vari per chi anche dopo cena avverte un leggero languorino...

PRESENTAZIONI LIBRI

16 febbraio: presentazione del libro "Appesa alla mia mano che scrive" di Francesca Pasquinucci c/o "Il Pinolo" di Lido di Camaiore (LU) - Ore 21
16 febbraio: presentazione dei libri di Francesca Monica Campolo "La faccia nascosta della luna" e "Le ombre lunghe" c/o il Chiostro di S.Agostino, p.zza Duomo a Pietrasanta (Lu) in occasione degli Incontri al Caffè de La Versiliana - "Realtà e finzione dei gialli italiani" - Conduce Romano Battaglia. - Ore 17
Marzo: presentazione del libro "Deserto di specchi" di Riccardo Mori a Lucca.

Un'ultima cosa: a breve sarà online il nuovo sito della Giovane Holden, siate clementi con le critiche, ci stiamo lavorando molto...

Giovane Holden Edizioni
Via Rosmini, 22
55049 Viareggio (LU)
0584/963517
www.giovaneholden.it

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categoria: citazioni, poesia, riflessioni, libri, vita, dipinti, leggende, thriller, salotti, presentazioni libri, pensare in versi, nostri autori

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giovedì, 24 gennaio 2008

Dentro alla maschera

 

 

maschera 6Ogni uomo mente ma dategli una maschera e sarà sincero scriveva Oscar Wilde.

In realtà la maschera non nasconde, ma rivela le istanze nascoste nel subconscio, col suo aspetto “fittizio” e il suo tentativo di copertura diviene simbolo di tutto ciò che può essere riportato alla luce.

Il simbolismo della maschera è presente in ogni parte del mondo  e ha origini e funzioni antichissime. Maschere funerarie utilizzate nella civiltà egizia avevano lo scopo di restituire  ruolo pubblico, onore e qualità al defunto per il passaggio e per il mondo dell’aldilà, o di fissare e trattenere l'anima, maschere teatrali fungevano da amplificazione del carattere del personaggio,  fissità  e ieraticità  sottolineavano i tratti del personaggio. Indossarla equivaleva a identificarsi con questo.

 Il  greco “prosopon” e il latino “persona-ae”  che designano la maschera dell’attore hanno dato origine al termine persona.

E “persona” è il termine che Jung adotterà  per indicare la “maschera” che  l’individuo assume nelle relazioni e nel rapporto con ciò che lo circonda.  Secondo Jung ciò non è da intendersi  come  falsità o manipolazione, ma come identificazione con alcuni aspetti  che prendono il sopravvento, e come scarsa  consapevolezza di ciò che fa parte della propria interiorità e che va al di là del ruolo sociale.

Maschera  è il diaframma che copre il volto della persona, ma che ne rivela altre qualità in una operazione di affioramento e svelamento di aspetti sepolti della psiche.   

Soprattutto nel caso delle maschere carnevalesche   questa possibilità di catarsi e liberazione si manifesta con maggior forza. L’aspetto dionisiaco o demoniaco  rinnegato ha la possibilità di emergere e di trovare uno spazio e una accettazione corale. 

Ma la maschera può avere anche una valenza magica, di protezione  e di difesa nei confronti degli spiriti del male. In Oriente è facile trovare vicino alle porte delle abitazioni mostruose maschere che hanno lo scopo di allontanare  tutto ciò che viene considerato negativo, mentre  elaborati riti e danze mascherate  aiutano la persona a prendere possesso dell’energia  che la maschera rappresenta. 

 

La maschera che compare nei sogni sarà  simbolo  di ciò che il sognatore ha necessità di “scoprire” o modificare di se stesso. Maschera potrà simbolizzare l’atteggiamento con cui  principalmente si identifica o, al contrario,  l’aspetto più lontano dalla coscienza che ha necessità di  esplorare o di integrare.

 La maschera può apparire nei sogni  indossata da altri  per evidenziarne gli aspetti o le qualità che non sono immediatamente percepibili, ma può emergere anche un significato di  copertura, di  finzione e  manipolazione, di ciò che è recondito e si cela, e in questo caso suggerisce prudenza, attenzione e la necessità di scoprire le reali intenzioni altrui.  Anche l’espressione e l’aspetto della maschera forniranno un indizio di tutto rispetto:  l’emozione suggerita, la stravaganza o la semplicità, l’allegria o la tristezza,  saranno segnali di ciò che il sognatore  deve vedere e riconoscere di se stesso e degli altri.

Un paio di anni fa ho partecipato a un corso che tentava di stabilire il complesso legame tra “maschera” e “scrittura”. Sostanzialmente le linee di pensiero erano due e mi riportarono alla mente il fatidico Giano bifronte… La prima secondo cui chi scrive per definizione abbandona la maschera e si svela e rivela attraverso le parole. La seconda, meno fortunata e applaudita della prima, sostiene che chi scrive indossa una maschera. L’ennesima. Perché chi siamo noi se non l’espressione di una fantomatica realtà, multiforme caleidoscopio in movimento? Forse la differenza è che con una penna in mano o una tastiera sotto i polpastrelli – qui gioca l’affinità o meno con la tecnologia – la nostra maschera ha un che di wildiano  e ci permette solo di essere ciò che sentiamo nel più profondo della nostra anima.

Ricordo ancora il mio vicino di poltroncina alzarsi di scatto e protestare:

“Ma scusi, e un poeta allora? Quando scrive non ha filtri, non può nascondersi, non può far finta di parlare di qualcun altro. Come fa a nascondersi? Non ha senso.”

Il prof. Hauser rimase in silenzio per trenta secondi netti, dopo di che prese un libro dal tavolino alla sua sinistra e cominciò a leggere:

 

Eternità silenzio

mescolato a ruvida pioggia

cammina

sbalordita dai sogni

abbevera  pietre e asfalto

chiede di coloro che sono partiti

e che  non torneranno

inonda la pelle e confonde l’anima.

 

 “Secondo lei ciò che è scritto e ciò che prova l’autore è davvero così evidente? O l’interpretazione che lei ne da, la da alla luce della sua personale esperienza? E se è così come fa a stabilire che l’autore non è riuscito a celarsi dietro un’altra maschera?”

Suggestivo, ma non convinse praticamente nessuno.

Forse, pensai, perché la poesia è l’estremo tentativo di guardare alle nostre inquietudini, la maschera l’elemento guida per riuscirvi.

 

(prima parte)

Miranda

 

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categoria: citazioni, poesia, riflessioni, vita

postato da holdenedizioni alle ore 09:42
venerdì, 18 gennaio 2008

I soliti ignoti Magazine

 

 

Copertina_I_soliti_ignoti_MagazineAnno nuovo, vita nuova! Si dice sempre così, no? Per noi l'anno nuovo ha coinciso con una rivista rinnovata nel nome e nello spirito. Abbiamo deciso di chiamarla "I soliti ignoti" perché come dice Miranda nell'editoriale "nel marasma culturale che ci circonda fatto di grandissimi artisti, noi volutamente scegliamo di essere i soliti ignoti che sperimentano, aprono la mente e l’anima alle idee, alle suggestio